Live posting

Pubblicato 17 giugno 2010 di pythonboots
Categorie: jazz, recensioni

Schoeder and LucyQuando siamo depressi noi sottoprodotti della civiltà del consumo tendiamo a compensare la bassa considerazione di noi stessi con acquisti compulsivi e spesso scellerati.

Per fortuna, a causa di una serie di micro-traumi adolescenziali, provo un forte senso di colpa ogni qualvolta spendo del denaro: di conseguenza anche le mie sedute di psicoterapia dei poveri a base di acquisti compulsivi tendono a non essere così rovinose come quelle di altri nerd miei pari.

Stasera ero un po’ malinconico, un po’ a causa di questa estate che non arriva, oppure per la settimana di lavoro stressante, e un po’ a causa di quella strana sensazione che ti prende quando ti rendi conto che il tempo ti sta sfuggendo di mano. Discorsi seri, insomma, un po’ troppo seri per essere sostenuti alle 19.30 di un giovedì sera.

Al che, quasi in un automatismo, ho preso la bicicletta e mi sono diretto verso la Feltrinelli(1). Come un vampiro assetato mi sono quindi fiondato verso la zona musicale e l’ho setacciata minuziosamente, soppesando accuratamente ogni CD della mia infinita whishlist mentale e posizionandolo in un’ipotetica hit-parade dei migliori rapporti qualità-prezzo secondo un algoritmo sviluppato in anni di allenamento.

In questi casi di solito funziona così: tutto il soppesare, l’analizzare, il valutare ovviamente alla fin fine non serve a niente, e l’unico modo per uscire dal negozio soddisfatti è farlo con in mano il primo CD bello che si è visto entrando. Questo perché tutti gli altri sono stati inconsciamente ad esso comparati, e quindi ha acquisito un valore affettivo già elevato nel giro di pochi minuti.

Il problema nasce se nei primi CD che si vedono entrando non c’è niente di entusiasmante, o è tutta roba che si ha già! In questi casi è più difficile compiere un acquisto soddisfacente, soprattutto se – come me stasera – si è pure un po’ scazzati.

C’è però anche un altro evento che permettere di raggiungere l’acquisto soddisfacente, un evento molto più raro e prezioso: l’epifania.

L’epifania consiste nello scovare un CD che si trovava da tempo, o di cui non si sospettava l’esistenza, ad un prezzo particolarmente vantaggioso. In questo caso può capitare, se l’album in questione è particolarmente ghiotto, che l’acquisto compulsivo di quest’ultimo porti ad una reale soddisfazione una volta giunti fuori dal negozio. Giunti nel parcheggio, in ogni caso, si apre in fretta e furia il CD, lo si esamina ed in fondo in fondo ci si chiede: “…ma perché l’ho comprato?” (in questo l’assonanza con le donne che comprano scarpe è pressoché perfetta, e pure un po’ inquietante.)

Perché vi racconto tutto questo? Presto detto, la pallosa introduzione era necessaria per spiegarvi come mai, in questo momento, sto scrivendo ascoltando Solstice di Ralph Towner, con Jan Garbarek, Eberhard Weber e Jon Christensen. Ralph Towner - SolsticeUn disco quanto mai adatto, visto che siamo ormai giunti a metà agosto e il solstizio si avvicina. Non solo adatto all’estate ma, data la forte impronta scandinava, soprattutto a quest’estate, fresca e piovosa, che sa più di primavera che di solleone.

Sul disco non dico molto, lo sto ascoltando ora in cuffia per la prima volta ed è esattamente come ce lo si aspetta: un minimo comun denominatore fra Towner e Garbarek. Pubblicato nel 1974, grazie alla nota qualità di registrazione degli ECM farebbe la porca figura davanti ad album ben più recenti. Chitarra a 12 corde e sassofono si alternano nel deliziare i timpani dell’ascoltatore, mentre la sezione ritmica rimane sapientemente in secondo piano ma con grande sensibilità.

Fra i vari brani originali spicca una meravigliosa versione di Sand, pezzo di Eberhard Weber che mi ricorda in più di un punto il Cristiano Arcelli Trio di qualche anno fa. E’ raro e difficile che un brano jazz mi impressioni al primo ascolto: ebbene, questa Sand ci è riuscita. Segno che la riascolterò presto e a lungo, in questa strana estate che è un po’ un inverno.

(1) La Feltrinelli di Mestre, dovete sapere, è celeberrima ed occupa l’intero ultimo piano dell’unico vero centro commerciale in centro alla città. E’ stra-fornita non solo di libri, ma anche di DVD, CD e perfino LP, con un sottobosco di musica italiana underground assolutamente inaspettato. Insomma, è il classico posto dove dovrei entrare solo se preventivamente privato del portafogli.

Aperture alari

Pubblicato 26 dicembre 2009 di pythonboots
Categorie: grunge, recensioni, rock, stoner

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Le discussioni tra amici che non si vedono da molto tempo sono difficili da seguire: i salti di palo in frasca sono inevitabili, sulla scia dei ricordi e delle news che vengono alla mente. Fu proprio in una di queste infinite discussioni “per rimettersi al passo” che Renato mi disse, qualche mese fa: “Beh, lo sai chi sta preparando un album? Un trio formato da Dave Grohl, Josh Homme e John Paul Jones“. Lì per lì non so se ci credetti davvero o pensai a qualche sparata grossa di un giornale d’oltremanica. Fatto sta che la storia era vera, e l’album che ho tra le mani ne è la prova.

Cover

Them Crooked Vultures

I Them Crooked Vultures sono esattamente ciò che promettono di essere: un misto tra lo stoner dei Queens of the stone age (di cui Homme è leader e fondatore), il rock più puro dei Led Zeppelin e il “qualcos’altro” portato dalla batteria di Dave Grohl. A questo punto però la domanda che viene da porsi è: saprà un supergruppo del genere, forte di strumentisti di fama mondiale, andare oltre il disco di maniera e mostrare di avere delle idee? A quanto pare sì. Il loro nuovo disco omonimo trabocca di buone idee melodiche, di ritmi raffinati (e qui Grohl mi ha stupito) e ha soprattutto un tiro micidiale. Merito, questo, probabilmente dell’intensa attività live che i tre hanno deciso di tenere prima della registrazione del disco stesso.

A ben guardare non c’è niente di davvero nuovo in quello che gli avvoltoi curvi propongono, e un buon conoscitore delle loro carriere soliste non tarderà a riconoscerne i tratti caratteristici nelle 13 canzoni che compongono la tracklist, ma l’impressione che ho avuto, ascoltando il disco, è stata che non fosse assolutamente questo l’obiettivo che erano intenzionati a raggiungere. Mi sembra quasi che nel fluire spontaneo delle canzoni, spesso scritte e incise in pochissimo tempo, abbiano voluto lasciare spazio ad una vena di tradizione. Il grunge ha vent’anni, ormai, lo stoner pure, e il rock’n'roll è più vecchio dei padri che lo demonizzavano: è inevitabile che a questo punto un conclave di leader come questo sarebbe arrivato a creare qualcosa di, a suo modo, classico.

Una pietra miliare nel senso più proprio del termine, una nuova fine e un nuovo inizio con il quale confrontarsi. Due quarantenni ed un sessantenne che suonano come i padri degli Arctic Monkeys, e dimostrano come i padri siano più autorevoli dei figli.

Vicini di casa

Pubblicato 26 luglio 2009 di pythonboots
Categorie: jazz, recensioni

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Mia nonna, a 70 anni e con un principio di Altzheimer, riusciva a riconoscere i Pink Floyd. Li riconosceva dalla chitarra, quel suono languido e sognante della Strat di Gilmour dal ’70 in poi. Certo, non avrebbe mai riconosciuto “Run like hell”, e neanche “Set the controls”, ma poco importa. Non sapeva neanche chi fossero i PF, ma li sapeva riconoscere.

I musicisti riconoscibili a primo orecchio sono parecchi, ma non così tanti come si potrebbe pensare. Soprattutto in questi ultimi anni, da quando l’evoluzione tecnica degli strumenti si è un po’ fermata, i suoni dei vari strumentisti tendono ad assomigliarsi o, se preferite, a contaminarsi fino a non essere più “distintivi”. Penso invece a Mark Knopfler, a Jimi Hendrix, ma anche a Coltrane e Keith Jarrett, o a Chris Botti. Musicisti riconoscibili più nel modo di suonare che nel sound del loro strumento.

Manu Katche fa parte di questa ristretta cerchia di musicisti, quelli che si riconoscono da come suonano. Che stia accompagnando Sting, shaking two trees con Peter Gabriel o seguendo le orme mediorientali con  Jan Garbarek e Usted Ali Khan, il tocco di Katche è percepibile, è palpabile, è un’impronta digitale che lascia su tutto ciò che tocca. Impresa difficile per un batterista, soprattutto per uno che ama lavorare in campi molto diversi tra loro.

Manu Katche - Neighbourhood

Manu Katche - Neighbourhood

Come spesso capita ai ricercati session-men la discografia solista di Katche non è vasta, ma ricca di collaborazioni. In Neighborhood, primo capitolo della sua carriera solista datato 2005, ci sono molti nomi noti che – sintomaticamente – condividono la copertina col leader. In effetti nel disco sono i fiati di Garbarek e Stanko, insieme al pianoforte di Wasilewski, a comandare, ma è senza dubbio il tocco di Manu Katche il filo conduttore, la base che da sostegno e visibilità a quelli che, dopo un ascolto attento, risultano essere davvero ospiti. Ospiti perché sembra che Manu li abbia invitati in casa propria, offrendo loro di accompagnarlo in ciò che sa fare meglio. E’ un disco rarefatto, che sa di rispetto e complicità. Una rimpatriata tra amici che anziché sfogare nell’eccesso e nel rimpianto preferisce gustare il piacere di stare insieme, come quei discorsi tra amici veri che si iniziano e non c’è nemmeno bisogno di finire, perché tutti quanti sanno quello che si voleva dire.

Melodicamente perfetto, emotivamente appagante. Se Manu Katche voleva sottolineare una volta per tutte qual è il suo stile non poteva scegliere un modo migliore.

Second life

Pubblicato 16 luglio 2009 di pythonboots
Categorie: rock

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Che dire della Joe Jackson Band? Semplicemente che sono una delle più grandi live band che abbia mai avuto il piacere di vedere! Una sezione ritmica impeccabile, trascinante e divertita, arricchita dall’inventiva melodica di Jackson. Li ho visti due settimane fa alla festa della musica di Azzano Decimo, in una serata piovosa d’inizio estate. Una serata che minacciava ulteriori tuoni e fulmini, invece – paradossalmente – sulle note di Rain la pioggia ha rallentato, fino a fermarsi del tutto. L’unica nota dolente del breve show (occorreva fare spazio agli UB40…) è stata l’assenza, annunciata, del chitarrista Gary Sanford. Nota dolente perché è proprio il chitarrista l’anello mancante che potrebbe far tornare la band ai livelli eccelsi del tour del 2004, e del relativo disco live,  Afterlife.

Se ci sono artisti che invecchiando migliorano, altri invece inacidiscono. Joe Jackson ha dimostrato di saper stare nel mezzo, come uno di quei vini che puoi sempre tirare fuori al momento opportuno, certo che anche se non sarà diventato il più pregiato degli Champagne se non altro non  saprà mai di tappo. Afterlife è forse la bottiglia migliore del lotto, quella con il sapore più equilibrato.

Joe Jackson - afterlife - cover

Joe Jackson - afterlife - cover

L’energia del quartetto non è minore di quella dei seventies, la perizia musicale invece è migliorata e, se possibile, anche la voce di Jackson. Aggiungiamo una scaletta da leccarsi i baffi e tutto va al suo posto.  One more time e Look Sharp sono pressoché perfette, tirate al punto giusto e paassate con una leggera patina di brillantina. Take it like a man e Don’t wanna be like that rispolverano il lato più “da stadio” della band mentre Fools in love, Steppin’ out e Sunday Papers sono i classici che non dovrebbero mancare mai. Una menzione a parte per Beat Crazy, brano storico della band ma mai troppo celebrato. Un pezzo che unisce il reggae, la new wave ed una serie inusitata di finezze melodiche incastrate una dentro l’altra. Il classico brano che varrebbe da solo l’acquisto del disco.

Peccato forse che manchino alcuni classici, come gli ultimi Invisible man e So low (all’epoca non ancora pubblicati) o le storiche You can’t get what you want e Friday. Per contro siamo di fronte ad un album live di Joe Jackson senza Is she really going out with him e Be my number two. E scusate se è poco!

Per chi, infine, non fosse convinto della genuinità del disco, talmente impeccabile da sembrare ritoccato, esiste anche una versione 2 dischi, con il secondo CD registrato ad Amsterdam in presa diretta. Il suono è più rough ma proprio questo lo rende ancora più interessante!

The Whitest Boy Alive – Dreams + Rules

Pubblicato 12 aprile 2009 di pythonboots
Categorie: pop, recensioni

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Avete presente i Kings of convenience? Bene, i KoC hanno tre caratteristiche principali: sono acustici, leggeri e rilassanti. Prendete ora queste ultime due caratteristiche e modificate la prima, che da acustica diventa eletronica, ed otterrete i “The whitest boy alive”.
Il paragone con i Kings of convenience in realtà non è casuale, poiché si tratta di un progetto nato da Erlend Øye, membro del suddetto gruppo. (Quale dei due era? Quello apparentemente più sfigato, per intendersi). I Whitest boy alive sono quindi una derivazione del gruppo di Toxic Girl e Misread, e l’influenza si sente già dalle prime note del loro album di debutto del 2006, Dreams. Le armonie di chitarra sono molto simili a quelle del gruppo d’origine ed come il timbro vocale di Øye risulta subito familiare.
Quello che però destabilizza è la ritmica, così marcata come mai era stata nei KoC. Certo, nessuno dei celeberrimi singoli-da-pubblicità sfornati dal duo norvegese era primo di una ritmica pronunciata: perfino le quattro note tanto orecchiabili di “toxic girl” in realtà erano basate su una ritmica, più che su una melodia. Qui però il ritmo diventa il fondamento del tutto, ed è un ritmo spesso al limite tra disco e funky, virato con delle tinte di elettronica da new-wave che fa molto ventunesimo secolo e da un basso che non è mai puro accompagnamento.
Fin qui nulla di sensazionale, solo un gruppo alfiere del new acoustic movement che si piega alle nuove passioni dei propri membri. Cosa allora mi ha colpito di costoro? Semplicemente il fatto che siano riusciti a sfornare due album (il secondo, Rules, è del 2006 ed è anche meglio del primo) pieni di invenzioni pop geniali, con ritmiche semplici ma arrangiamenti complessi, che si lasciano ascoltare ripetutamente, dall’inizio alla fine senza alcun sentore di noia o di già sentito. Ed in questo vi assicuro che sarei particolarmente feroce, essendo la disco e il funky due tra i generi che più velocemente esauriscono la mia pazienza.

P.S. Sì, le loro copertine sembrano un misto tra il Battiato dei mid-70s e le vignette della settimana enigmistica.

Keith Jarrett – Vienna concert

Pubblicato 4 aprile 2009 di pythonboots
Categorie: jazz, recensioni

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In questi ultimi tempi sto riascoltando molto Keith Jarrett.

Tutto è partito da quando ho trovato, ad un mercatino del disco, Tokyo ’96 in trio e La scala, per pianoforte solo, a 5 euro l’uno. Non potevo certo lasciarli lì e così, in queste serate da ex-studente in attesa, ho trovato il tempo di ascoltarli.

La registrazione della Scala è qualcosa di molto diverso dal Koln Concert, la mia unica conoscenza precedente del Jarrett solista. Ci sono sì i lunghi momenti melodici, che scorrono da soli, ma c’è anche avanguardia, jazz più puro, momenti di tensione voluti e cercati. Non sono però un musicista, e non capisco granché di scale toniche e non toniche, quindi ho cercato di documentarmi in internet per capire un po’ meglio di queste improvvisazioni.

Così, su Debaser, sono venuto a conoscenza del concerto di Vienna, da Jarrett stesso considerato il migliore della sua carriera.

Che dire? Per usare le sue stesse parole: “ho corteggiato il fuoco per molto tempo, e molte scintille sono volate in passato, ma la musica in questo disco parla, finalmente, il linguaggio della fiamma stessa”

Non mi era mai capitato di commuovermi ascoltando un concerto di piano solo. Qui, invece, dopo venti minuti di continue e geniali invenzioni armoniche, mi sono trovato col groppo alla gola. Si sente la tensione della performance, dell’improvvisazione, ma anche un rilassamento dettato da uno stream of consciousness di creatività. La prima parte è sciolta, come una nave in acque placide. La seconda invece è tempesta, un groviglio di note che a fatica riesco a realizzare che non sono composte, scritte e ripetute, ma ispirate e lasciate andare. La parte finale non me la ricordo, ero ormai in trance. Dovrò riascoltarla, però mi era piaciuta. Forse meno geniale della prima, sicuramente meno turbolenta della seconda.

Un disco che consiglierei a chiunque, a priori, in qualsiasi momento. Musica terapeutica, che tocca le corde più intime dell’anima.

Opeth + Steven Wilson = Damnation

Pubblicato 7 marzo 2009 di pythonboots
Categorie: prog, recensioni

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opeth-damnation1Gli Opeth tra gli appassionati del metallo sono famosi come gruppo urlante e schitarrante. Nel popolo prog, invece, sono ormai diventati celebri per questo album del 2003, Damnation.

Gemello di “Deliverance“, album frutto delle stesse sessions ma più “duro”, Damnation raccoglie il lato più intimista della band. Chitarre acustiche o comunque pulite, pianoforte, ma soprattutto una marea di mellotron, frutto dell’opera di Steve Wilson. Sì, quel Steve Wilson!

Mr. Porcupine Tree, infatti, fu un collaboratore essenziale per questo album. Coautore di una canzone (indovinate quale), tecnico del suono e produttore, infuse non poco spirito dei PT in quest’opera. Il risultato è un disco sì cupo, grigio e malinconico, ma con quei guizzi melodici a cui i Porcupine Tree (dei tempi migliori) ci hanno abituati. Quello che ne esce probabilmente non è un capolavoro della storia della musica tutta, ma sicuramente un ottimo esempio di “musica da post-cena”, nonché un buon trait d’union tra il mondo spigoloso del metallo e quello annodato del prog.

Stone Gossard – Bayleaf

Pubblicato 6 marzo 2009 di pythonboots
Categorie: grunge, recensioni

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Copertina

“Il miglior disco dei Pearl Jam sarebbe una compilation di pezzi tratti dai dischi solisti dei vari componenti.”

Questa è la frase che mi è frullata in testa stamattina, dopo aver ascoltato questo album. Molti sono infatti i progetti solisti – o paralleli – dei membri dei PJ,  a partire dagli antichi Mad Season fino ad arrivare ai Brad, gruppo capitanato da Stone Gossard. Ognuno dei componenti si è cimentato, nel corso degli anni, in collaborazioni, veri e propri progetti paralleli o dischi “una tantum”. Bayleaf, progetto solista di Stone Gossard, per ora appartiene a quest’ultima categoria.

Si tratta infatti dell’unico disco uscito a nome del chitarrista ritmico (ma è riduttivo) dei Pearl Jam, il quale è solito alternare i dischi con la band più famosa e quelli con i Brad, gruppo da egli stesso costituito insieme a Shawn Smith.

Non conosco i Brad, non ho ancora avuto modo di ascoltarli, ma questo Bayleaf si è insinuato velocemente tra i dischi più in heavy rotation degli ultimi mesi. Mi ricorda una via di mezzo tra gli Strawbs – soprattutto nel primo pezzo – e il Neil Young elettrico ma meno incazzoso. Il tutto condito da una varietà di stili che non annoia e da una qualità delle melodie inaspettata. Anche se forse ci sarebbe da aspettarsela, considerando che stiamo comunque parlando dell’autore di All or none, per dirne una. Un album che non stanca facilmente, da ascoltare in macchina o in casa, da soli o con gli amici, consigliato ai fan dei Pearl Jam ma forse ancora di più a chi – come me – dei PJ fatica ad apprezzare il lato più punk.

Proemio

Pubblicato 6 marzo 2009 di pythonboots
Categorie: personale

In questo blog si parlerà soprattutto di:

Marmotta della quale si parlerà

Marmotta della quale si parlerà

  • Dischi che mi sono piaciuti
  • Dischi che non mi sono piaciuti
  • Dischi che potrebbero piacervi
  • Dischi che non vi piacerebbero, ma piacciono a me e quindi ne parlo
  • Dischi originali benché masterizzati
  • Dischi originali ma poco originali
  • Musica e arti svariegate
  • Marmotte

Trattenete il ripieno, si parte!


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